Quanto conta il linguaggio nel parlare di sessualità? Il nostro incontro con Marina Cortese

Lo scorso lunedì 5 maggio come redazione di Facciamo Notizia abbiamo avuto il piacere di parlare con la dott.ssa Marina Cortese, ginecologa e sessuologa, per il secondo incontro del ciclo “Leggermente Comunicativi”. La nostra ospite ci ha accompagnato in un viaggio alla scoperta dell’impatto che ha il linguaggio sulla sessualità, in ambito medico ma non solo. Grazie alla sua competenza e alla sua passione abbiamo esplorato temi che spesso rimangono nell’ombra, ma che per alcune persone sono di fondamentale importanza.

Il racconto della nostra ospite, guidato anche dalle domande della redazione, è partito con una riflessione generale sulla situazione italiana a proposito dell’educazione sessuale: negli ultimi anni il tema è diventato più diffuso e molte persone sono più consapevoli rispetto al passato, ma è anche vero che il contesto politico attuale rende più accettabile diffondere sentimenti di odio quando si parla di questioni di genere.

Le sfide per chi porta a cuore l’inclusività sono molte, ma nel quotidiano ogni persona può allenarsi a non dare per scontata l’identità di genere e la sessualità di una persona: questo aiuta a mettere l’altro a proprio agio e a costruire relazioni più sane. Se si parla poi del mondo sanitario, la dott.ssa Cortese ha evidenziato che le persone LGBT, così come altre appartenenti a minoranze, tendono ad accedere di meno ai servizi sanitari perché spesso non si sentono accolte. Questo potrebbe portarle a non raccontare la verità sulle loro condizioni e a trascurare cure importanti. Ecco allora che il linguaggio diventa un mezzo che trasforma la realtà e che si può vedere l’impatto concreto che ha sulle vite umane.

Un’attenzione particolare è stata dedicata alla dimensione sessuale dei ragazzi transgender che tendono ad evitare controlli ginecologici a causa di un approccio poco consono da parte del personale sanitario. La dottoressa sottolinea che una volta rettificati i propri documenti (da femminili a maschili) non sono neanche previsti controlli ginecologici a cui i ragazzi transgender dotati ancora di un utero avrebbero il diritto di accedere.
È stato fatto un focus anche sulle persone non binarie, sulla feticizzazione che ancora oggi vivono le ragazze transgender, sulle persone con disabilità la cui sessualità è  invisibilizzata.

Parlare di sessualità in modo inclusivo significa riconoscere che non esiste un solo modo di vivere il proprio corpo e il proprio desiderio. L’identità di genere può essere diversa da quella assegnata alla nascita, può essere fluida, e il rispetto di questa realtà è fondamentale in ambito medico e relazionale. Allo stesso modo, anche le persone disabili hanno diritto a una sessualità libera, consapevole e priva di tabù, lontana da ogni forma di pietismo o infantilizzazione.

Ma la trasformazione del linguaggio passa anche dai tabù sessuali che nella nostra società sono ancora ben presenti. Molti di essi sono legati alla libertà sessuale: la coppia monogama esclusiva ed eterosessuale, meglio ancora se sposata, è ancora lo standard. C’è molta repressione, anche auto inflitta, quando si tratta del numero di partner e sul tipo di sessualità.

Anche solo parlare di sesso è una questione molto delicata per diverse persone. Spesso i genitori provano imbarazzo nell’affrontare certe tematiche con i figli, e tra coetanei la cosa non è molto diversa. Di conseguenza, nella loro conoscenza del sesso i giovani sono molto influenzati dalla pornografia. Anche per questo l’attivismo può aiutare a parlarne in modo meno giudicante, ma rimane comunque fondamentale parlarne liberamente con chi abbiamo accanto e in generale conoscersi di persona. Questo significherebbe diventare più liberi, ma anche imparare a comunicare e mettere confini.

Eppure, l’educazione sessuale a scuola è molto rara in Italia. Non è obbligatoria da programma e quando si fa se ne occupano volontari. Inoltre, capita che chi ne parla lo faccia in modo troppo scientifico o troppo romantico, forse non rendendosi conto che già da molto giovani i ragazzi usano frequentemente termini della sfera sessuale anche molto espliciti.

Certamente, la strada da fare è ancora tanta. Ad esempio, la dottoressa Cortese ha raccontato che durante le visite capita che alcune persone le chiedano farmaci per sopportare il dolore durante i rapporti, indice del fatto che la pressione sociale nell’avere rapporti all’interno di una relazione a volte ancora prevale sulla preservazione della salute.

Quindi, per chiunque abbia qualsiasi tipo di dubbio, paura o curiosità sulla propria sessualità o sulla propria identità di genere, chi sono le figure da consultare? Secondo la dottoressa, se si tratta di patologie è bene rivolgersi a una psicologa sessuologa. Negli altri casi l’ideale sarebbe parlarne con i genitori, ma dato che come già detto è difficile che avvenga un ruolo importante lo possono assumere educatori e insegnanti. Anche i social media sono molto preziosi perché si possono trovare molti esempi di esperienze di vita di ragazzi e ragazze.

I pregiudizi e i preconcetti con cui quasi tutti noi siamo cresciuti sono tanti: anche chi oggi ha imparato a parlare bene di sessualità ha dovuto lavorare su questo per molto tempo, e il lavoro non finisce mai perché il mondo non finisce mai di cambiare. Sta a noi lasciare spazio all’altra persona per raccontare, se vuole, e ascoltarla per aiutare a creare una società che non impone divieti ma che rispetta e include tutti come esseri umani anziché come la ristretta etichetta che ci è stato insegnato di accettare come immutabile e statica.

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